SOLE E PELLE: L’EFFETTO NASCOSTO SUL MICROBIOMA CUTANEO

Sotto l'abbronzatura succede qualcosa di invisibile: i raggi UV, soprattutto gli UVA, colpiscono il DNA dei batteri che vivono sulla pelle, riducendone la varietà. Alcuni, come Staphylococcus epidermidis, resistono grazie ad adattamenti genetici; altri, come i proteobatteri, ne escono indeboliti. Bastano sette giorni di vacanza per alterare questo equilibrio, che impiega circa un mese per tornare come prima. Nel frattempo, anche stress, deodoranti e detergenti aggressivi mettono alla prova lo stesso ecosistema.

MICROBIOMA CUTANEO E SOLE: COME I RAGGI UV ALTERANO LA PELLE

La pelle umana non è una superficie sterile, ma l’habitat di un ecosistema microbico complesso e in equilibrio, noto come microbioma cutaneo. Su ogni centimetro quadrato di pelle vivono oltre 2 milioni di microrganismi, principalmente batteri saprofiti, cioè organismi che si nutrono di materiale organico senza danneggiare l’organismo ospite. Studi recenti hanno identificato più di 1000 specie batteriche residenti sulla pelle, la cui composizione varia sensibilmente a seconda della regione anatomica considerata: zone diverse del corpo ospitano comunità microbiche differenti, in base a fattori come umidità, produzione di sebo e temperatura locale. Tra i generi batterici più abbondanti figurano Staphylococcus, Propionibacterium e Corynebacterium, presenti in proporzioni variabili nelle diverse aree cutanee.

Questo complesso microbioma svolge un ruolo protettivo tutt’altro che secondario: produce metaboliti antimicrobici capaci di contrastare agenti patogeni esterni, e comunica attivamente con il sistema immunitario per modulare la risposta infiammatoria della pelle. Non si tratta quindi di una semplice presenza passiva, ma di un vero e proprio dialogo biologico che contribuisce a mantenere la pelle in salute. Alcuni batteri residenti, come Staphylococcus epidermidis, svolgono funzioni ancora più specifiche: producono sostanze nutritive per i cheratinociti, le cellule che costituiscono la maggior parte dell’epidermide, favorendo così l’omeostasi cutanea, cioè il mantenimento di un equilibrio funzionale stabile della pelle. Quando questo delicato equilibrio microbico viene alterato da fattori ambientali, possono scatenarsi infiammazioni o infezioni cutanee. Non a caso, disturbi del microbioma cutaneo sono stati associati a condizioni infiammatorie croniche della pelle come la psoriasi e la dermatite atopica, a conferma di quanto questo ecosistema invisibile sia strettamente connesso alla salute dermatologica complessiva.

COME I RAGGI UV ALTERANO LA BIODIVERSITÀ MICROBICA CUTANEA

La luce solare porta con sé effetti ben noti e contrastanti: da un lato promuove la produzione di vitamina D e contribuisce al benessere dell’umore, dall’altro provoca un invecchiamento cellulare prematuro e aumenta il rischio di tumori della pelle. A questi effetti già documentati si aggiunge una scoperta più recente, che riguarda proprio il microbioma cutaneo: lunghe esposizioni al sole, che si tratti di una vacanza in spiaggia o di una giornata in montagna, danneggiano questo ecosistema batterico riducendone la biodiversità.

Nello specifico, i raggi UVA, con lunghezza d’onda compresa tra 315 e 400 nanometri, risultano più lesivi per il microbioma rispetto ai raggi UVB, che si collocano invece tra 280 e 315 nanometri. Non tutti i batteri reagiscono però allo stesso modo a questo stress ambientale: studi genomici hanno evidenziato come alcune specie, tra cui proprio Staphylococcus epidermidis, risultino più resistenti agli effetti del sole grazie a particolari adattamenti genetici sviluppati nel tempo. Al contrario, l’esposizione prolungata ai raggi UV danneggia in modo più marcato i batteri fotosensibili, come i proteobatteri, contribuendo così a modificare gli equilibri complessivi della comunità microbica cutanea. La buona notizia riguarda la reversibilità di questo fenomeno: l’effetto della riduzione della biodiversità microbica è temporaneo, e dopo una settimana trascorsa al mare il microbioma cutaneo impiega circa un mese per ripristinare i livelli di diversità precedenti all’esposizione solare. Questo dato temporale è particolarmente rilevante, perché suggerisce che esposizioni solari ravvicinate, senza un adeguato periodo di recupero per la pelle, potrebbero non permettere al microbioma di tornare al proprio equilibrio originario prima di subire un nuovo stress.

GLI ALTRI FATTORI QUOTIDIANI CHE METTONO ALLA PROVA L’EQUILIBRIO DEL MICROBIOMA CUTANEO

Il sole non è l’unico fattore capace di alterare l’equilibrio del microbioma cutaneo: numerosi elementi della vita quotidiana possono esercitare uno stress simile su questo ecosistema. Sudorazione eccessiva, sovrappeso, abbigliamento inadeguato e attività fisica o lavorativa intensa figurano tra i fattori che possono destabilizzare la composizione microbica della pelle. Non sorprende quindi che disturbi cutanei come iperidrosi, acne, dermatite seborroica e micosi siano spesso collegati a squilibri di questo tipo. In direzione opposta, la fototerapia, una tecnica che sfrutta specifiche lunghezze d’onda della luce in modo controllato, viene utilizzata per trattare eczemi, psoriasi e altre patologie cutanee proprio attraverso il riequilibrio del microbioma, dimostrando come l’esposizione alla luce, se gestita in ambito clinico, possa avere anche un potenziale terapeutico.

Tra i fattori legati alle abitudini quotidiane, l’uso prolungato di deodoranti altera la composizione microbica dell’area ascellare, aumentando il rischio di dermatite. Anche lo stress psicofisico cronico gioca un ruolo in questo equilibrio: alcune ricerche hanno evidenziato come, attraverso la produzione di cortisolo, l’ormone rilasciato dall’organismo in condizioni di stress prolungato, si riduca la diversità batterica cutanea, favorendo l’insorgenza di infiammazioni. Anche l’igiene personale, pur essendo necessaria, può diventare un fattore di rischio se eccessiva: l’uso troppo frequente di saponi e detergenti può danneggiare il film idrolipidico cutaneo, cioè quello strato protettivo di grassi e acqua che riveste naturalmente la pelle, alterando di conseguenza il microbioma che vi risiede. Sul fronte medico, diversi studi clinici hanno dimostrato che alcune terapie antibiotiche sistemiche a lungo termine, pur essendo utili per il trattamento di specifiche patologie, influenzano negativamente anche la microflora cutanea, aumentando il rischio di sovrainfezioni. Infine, alcune ricerche suggeriscono che fattori genetici e ambientali sperimentati nella prima infanzia possano condizionare in modo permanente lo sviluppo del microbioma cutaneo, un dato che sposta l’attenzione su quanto precocemente si formino le basi di questo equilibrio destinato ad accompagnarci per tutta la vita.

COSA RICORDARE

  • I raggi UV, in particolare gli UVA, riducono temporaneamente la biodiversità del microbioma cutaneo: bastano una settimana di sole intenso e circa un mese per il pieno recupero.
  • Il microbioma cutaneo protegge la pelle da agenti patogeni e dialoga con il sistema immunitario: un suo squilibrio è collegato a psoriasi, dermatite atopica, acne e altri disturbi.
  • Non solo il sole: anche sudorazione, deodoranti, detergenti aggressivi, stress cronico e terapie antibiotiche prolungate possono alterare questo equilibrio batterico.

BIBLIOGRAFIA

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