SEDENTARIETÀ IN ITALIA: IL RUOLO DELLA PREVENZIONE

In Italia la sedentarietà è in lieve calo, ma resta diffusa soprattutto tra anziani, donne e persone con basso reddito o scarsa istruzione. Il divario tra Nord e Sud è marcato, con punte oltre il 50% di inattivi in alcune regioni meridionali, anche se proprio al Sud si registra il recupero maggiore rispetto alla pandemia. Tra gli anziani il 37% è completamente inattivo. Il ruolo dei professionisti sanitari nella promozione dell'attività fisica resta insufficiente, così come il supporto del contesto sociale per chi vive solo.

IL QUADRO GENERALE DELLA SEDENTARIETÀ IN ITALIA

La sedentarietà in Italia mostra segnali di miglioramento, con un ritorno ai livelli di attività fisica registrati prima della pandemia. Circa la metà della popolazione adulta pratica oggi movimento in modo regolare, un dato che segna una ripresa dopo gli anni di restrizioni e chiusure che avevano ridotto drasticamente le occasioni di muoversi all’aperto o in palestra. Tra gli over 65, però, la quota di persone attive si ferma al 42%, un valore che resta comunque inferiore rispetto alla media generale.

Parallelamente, la percentuale di persone completamente inattive, cioè che non svolgono alcuna forma di esercizio fisico strutturato, scende dal 31% al 27%. Si tratta di un segnale incoraggiante, che indica una lenta ma concreta inversione di tendenza rispetto al periodo più critico della pandemia. Nonostante questo miglioramento, la sedentarietà resta un fenomeno ancora molto diffuso nel Paese, con quasi tre persone su dieci che non praticano alcuna attività motoria regolare.

Il comportamento sedentario tende ad accentuarsi con l’avanzare dell’età, un aspetto che approfondiremo nei paragrafi successivi insieme al ruolo del genere e delle condizioni socioeconomiche. Anche la collocazione territoriale incide in modo rilevante sulle abitudini motorie, con differenze che si riveleranno particolarmente marcate tra le diverse aree del Paese. Il quadro che emerge è dunque quello di un miglioramento complessivo che convive con squilibri ancora profondi, capaci di penalizzare in modo sproporzionato le fasce di popolazione più fragili.

LE DISUGUAGLIANZE SOCIALI, ECONOMICHE E DI GENERE NELL’ATTIVITÀ FISICA

Le disuguaglianze sociali rappresentano uno dei fattori più determinanti nella diffusione della sedentarietà in Italia. Il livello di istruzione influisce in modo diretto sulle abitudini motorie: tra chi possiede solo la licenza elementare, il 49% risulta sedentario, contro appena il 22% dei laureati. Questa differenza, superiore al doppio, suggerisce quanto l’accesso all’informazione e alla consapevolezza sui benefici del movimento sia legato al percorso scolastico seguito. Una disparità simile si osserva sul piano economico: tra le persone che affrontano gravi difficoltà finanziarie, il 40% conduce una vita sedentaria, un dato che riflette probabilmente le minori risorse disponibili per iscriversi a corsi, acquistare attrezzature o semplicemente ritagliarsi del tempo libero. Il fenomeno cresce inoltre in modo costante con l’età.

Tra i giovani adulti, cioè la fascia compresa tra i 18 e i 34 anni, la quota di inattivi si attesta al 22%, ma sale al 31% tra le persone di 50-69 anni, fino a raggiungere il 56% tra gli over 85. Questo andamento mostra come il rischio di abbandonare il movimento aumenti progressivamente con il passare degli anni, complice anche il naturale calo delle capacità fisiche e la minore autonomia. Anche il genere incide in modo non trascurabile: tra le donne la sedentarietà tocca il 30%, contro il 23% degli uomini, una differenza che può derivare da fattori culturali, dal carico di lavoro domestico o da minori opportunità di tempo libero dedicato al movimento. Nel complesso, istruzione, reddito, età e genere si intrecciano in un quadro dove le persone più svantaggiate su più fronti risultano anche le più esposte al rischio di inattività cronica.

IL DIVARIO GEOGRAFICO E LA CONDIZIONE DEGLI ANZIANI ITALIANI

Il divario geografico tra Nord e Sud Italia rappresenta uno degli elementi più evidenti quando si analizza la distribuzione della sedentarietà nel Paese. Nelle regioni settentrionali, la quota di sedentari si ferma al 16%, un valore relativamente contenuto se confrontato con la media nazionale. Nel Sud Italia, invece, la percentuale sale fino al 38%, con alcune regioni che superano addirittura il 50% della popolazione completamente inattiva. Questo scarto, superiore ai venti punti percentuali, riflette differenze strutturali legate alla disponibilità di impianti sportivi, spazi verdi accessibili, e più in generale alle opportunità economiche e sociali offerte dai diversi territori.

Un dato che va sottolineato riguarda però la direzione del cambiamento: proprio nelle aree meridionali si registra la riduzione più marcata della sedentarietà rispetto ai livelli osservati durante il periodo pandemico. Questo suggerisce un progressivo recupero, seppur ancora insufficiente a colmare il divario storico con le regioni del Nord. Accanto alla dimensione territoriale, la condizione degli anziani merita un’attenzione specifica, poiché rappresentano una delle fasce di popolazione più vulnerabili sul piano motorio. Il 37% delle persone over 65 risulta completamente inattivo, una quota superiore alla media generale della popolazione adulta. Tra chi invece pratica attività fisica, solo il 42% raggiunge i livelli minimi settimanali raccomandati per mantenere un buono stato di salute cardiovascolare e muscolare. Un ulteriore 22% degli anziani si colloca in una posizione intermedia, praticando movimento ma senza raggiungere le soglie consigliate, un dato che segnala margini di miglioramento importanti soprattutto in termini di continuità e regolarità dell’attività svolta.

IL RUOLO MANCANTE DELLA SANITÀ E DEL CONTESTO SOCIALE NELLA PREVENZIONE

Il ruolo dei professionisti sanitari nella promozione dell’attività fisica appare ancora largamente insufficiente rispetto alle evidenze scientifiche disponibili sui benefici del movimento nella prevenzione delle malattie croniche. Solo il 30% degli adulti italiani ha ricevuto un consiglio medico relativo all’attività fisica, un dato che stride con l’importanza clinica riconosciuta a questo tipo di intervento. Sorprende ancora di più che, tra le persone in sovrappeso o obese, gruppi considerati ad alto rischio per patologie cardiovascolari e metaboliche, le percentuali restino comunque basse: rispettivamente il 28% e il 34%. Il dato diventa ancora più critico se si osservano le persone che convivono con patologie croniche, condizioni di salute prolungate come diabete o ipertensione: solo il 45% di loro è stato effettivamente stimolato dal proprio medico a muoversi di più.

Tra la popolazione anziana, la situazione appare particolarmente allarmante: appena il 27% ha ricevuto raccomandazioni mediche sull’attività fisica nei dodici mesi precedenti, nonostante questa fascia di età sia quella che trarrebbe maggiori benefici da un intervento di prevenzione mirato. Accanto al ruolo sanitario, anche il contesto sociale e relazionale incide in modo significativo sulle abitudini motorie delle persone. Tra chi vive da solo, la sedentarietà raggiunge il 42%, un valore nettamente superiore al 35% registrato tra chi condivide la propria quotidianità con altre persone. Questo dato suggerisce come la solitudine possa rappresentare un ulteriore fattore di rischio, riducendo gli stimoli e le occasioni sociali che spesso accompagnano la pratica di attività fisica condivisa. Il quadro complessivo che emerge conferma quindi come il supporto sanitario, insieme al contesto relazionale e familiare, rappresenti un elemento determinante per favorire abitudini di vita più attive, un aspetto particolarmente critico nelle regioni del Sud Italia, dove la sedentarietà continua a toccare livelli ancora troppo elevati rispetto al resto del Paese.

COSA RICORDARE

  • La sedentarietà cala ma resta più diffusa tra donne, anziani e persone con basso reddito o scarsa istruzione.
  • Il divario geografico resta marcato: la sedentarietà tocca il 38% al Sud contro il 16% al Nord, anche se al Sud si osserva il recupero maggiore.
  • Solo il 30% degli adulti ha ricevuto un consiglio medico sull’attività fisica: rafforzare il ruolo dei professionisti sanitari resta fondamentale, soprattutto per anziani e persone con patologie croniche.

BIBLIOGRAFIA

  • World Health Organization. Italy Physical Activity Factsheet. WHO Regional Office for Europe.

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